1° Premio SILKE TREKEL Spilla, porcellana, argento, Brooch, porcelain, silver
1° Premio SILKE TREKEL   Spilla, porcellana, argento Brooch, porcelain, silver
2° Premio JESSICA TURRELL Spilla, smalto, rame, argento, Brooch, enamel, copper, silver
        2° Premio JESSICA TURRELL                        Spilla, smalto, rame, argento           Brooch, enamel, copper, silver
3° Premio TRINIDAD CONTRERAS Collana, porcellana, pelle, rame, Necklace, porcelain, leather, copper
3° Premio TRINIDAD CONTRERAS Collana, porcellana, pelle, rame Necklace, porcelain, leather, copper
Menzione BABETTE VON DOCHNANYI
Menzione BABETTE VON DOCHNANYI
Menzione FLORA VAGI
Menzione FLORA VAGI
Menzione GABI VEIT
Menzione GABI VEIT

 

 

 

RAMON PUIG CUYÀS

Penso che l’arte sia un riflesso della vita, una manifestazione della vita dell’artista, per questo non si può sottoporre a giudizio, non si può giudicare la vita degli altri. Possiamo certamente capire il suo lavoro, oppure no, ci può toccare, emozionare, oppure no, possiamo identificarci, stabilire una intima complicità con l’artista attraverso la sua opera, oppure no, possiamo reinterpretarla, proiettare nella sua opera le nostre idee, o può lasciarci indifferenti, però non possiamo giudicare la sua vita, la sua opera, il suo lavoro. Possiamo spiegare, se le parole ce lo permettono, quello che sentiamo o che interpretiamo di un’opera, possiamo cercare di spiegare la nostra visione di ciò che un’opera produce in noi, però questo sarà, più che un giudizio, una reinterpretazione, una partecipazione attiva nei confronti della sua opera. Quando devo valutare o selezionare una creazione, la cosa più importante è che mi emozioni, che mi faccia sentire realmente che l’artista sia coinvolto onestamente e sinceramente nel suo lavoro, e che io non sia davanti ad un’opera finita, ma in evoluzione, viva. Non mi interessa un’opera auto compiaciuta, ma che dialoghi e si interroghi sui limiti della propria creazione. Mi interessano le opere che mi fanno sentire di non essere improvvisate, di essere frutto di uno sforzo continuativo e di maturità del tempo. Che si esprimono attraverso un linguaggio personale e unico, che hanno il valore di non seguire le mode o le correnti stilistiche, che sono originali (originale come parola in relazione con origine, inizio, e non con unico o nuovo). Non mi interessano le parole o i concetti con cui molti artisti cercano di giustificare le proprie opere, ma quello che l’artista ci comunica con il linguaggio delle forme, dei colori, del linguaggio dei simboli e delle metafore visuali, cioè mi interessa tutto quel lavoro nato dall’abbandono delle parole, della letteratura o delle idee semplici o scontate, per addentrarsi nel territorio dello sconosciuto e dell’inesplicabile. Mi interessano le opere che hanno una tensione interna o del mistero. A volte, ho organizzato delle esposizioni o mi hanno chiesto di fare la selezione delle opere di una mostra, come ora, e quindi mi sono trovato con la necessità di decidere, scegliere, giudicare quali lavori debbano o non debbano essere presenti in un’esposizione. Altre volte io stesso sono stato oggetto di selezione. Ma mi rimane sempre la sensazione che in ogni atto di selezione c’è una parte di aleatorietà, di soggettività e di caso che bisogna accettare. Qualcuno ha detto che anche selezionare è una forma di creazione, e la creazione è una attività che non appartiene necessariamente al mondo dell’assoluto. Una selezione è una possibilità tra infinite possibilità. Tutti oggi, con un solo click, hanno la possibilità di compiere questa azione attraverso internet: “Mi piace – Non mi piace”, in un click, con un atto emotivo, veloce, immediato e pubblico. Questo a volte va bene, però altre volte succede che non meditiamo sulla nostra decisione, e quindi l’atto di decidere appare come una cosa banale e senza sentimento, che finisce per screditare il nostro giudizio estetico. Credo che non dobbiamo perdere il rigore dei nostri criteri estetici, e neanche di quelli etici, non tanto nel giudicare gli altri, ma specialmente nell’applicarli alle nostre proprie opere.

I think that art is a reflection of life, a manifestation of the artist’s life and that is why it cannot be judged, info far as you cannot judge the lives of others. We can certainly understand his work, or maybe not, we can be touched or moved by it, or maybe not, we can identify, establish an intimate complicity with the artist through his work, or maybe not, we can reinterpret it, projecting our ideas in his work, or it can leave us indifferent, but we cannot judge his life, his ouvre, his work. We can explain, if we can find the words to do so, what we feel or what we interpret, we can try to explain our vision of what a piece evokes within us, but this will be more than a judgment, a reinterpretation, an active participation in respect of his work. When I am called to judge or select someone’s work, the most important thing to me is that it gives me emotions, it makes me feel that the artist is truly involved in his work honestly and sincerely and that I am not in front of a finished work, but one that is still evolving and alive. I am not interested in works that are complacent, but those that are able to dialogue and are interrogative of their own limitations. I am interested in works that are not improvised and that are the result of a continuous effort and maturity gained in time. Works that are the expression of a personal, unique language, that have the value of not following trends or stylistic currents, that are original (original as in origin, beginning, and not in reference to unique or new). I am not interested in the words or concepts with which many artists try to justify their work, but rather what the artist communicates with shapes, colours, the language of symbols and visual metaphors. Thus I am interested in those works that stem from the abandonment of words, literature or simple and obvious ideas, to go into the territory of the unknown and inexplicable. I’m interested in works that have an internal tension or mystery. At times, I have organized exhibitions or I have been asked to make the selection of works for an exhibition, as in this case, and so I have found myself with the necessity to decide, to choose, to judge which works should or should not be present. In other circumstances, I myself have been subject to selection. However, I am always left with the feeling that each time there is a selection, there is an aleatory, subjective element, as well as sheer luck, that must be accepted. It has been said that even the act of selecting is creative, and creation is an activity that does not necessarily belong to the world of the absolute. A selection is a possibility among infinite possibilities. Anyone today, with just one click, can make this selection through the internet: “I like-I don’t like”, through an emotional act that is quick, immediate and public. This is sometimes acceptable, but other times it happens that we do not meditate on our decision, and therefore the act of deciding appears to be trivial and without feeling, and ends up by discrediting our aesthetic judgment. I think we should not lose the rigor of our aesthetic criteria, as well as ethics, not so much in judging others, but especially in applying them to our own works.

Ramon Puig Cuyàs